La scuola delle mani che parlano

la mia settimana presso la scuola per bambini sordi in Kenya

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Quando a mia sorella è stata offerta l’opportunità di partecipare alla realizzazione di un polo audiologico presso la Kibarani School for the Deaf, in Kenya, ho pensato subito che fosse una grande occasione per lei. Allo stesso tempo, lo ammetto, l’ho anche un po’ invidiata.

Quando mi ha proposto di accompagnarla, ho iniziato a chiedermi se valesse la pena partire, lasciando per una settimana il mio lavoro in Italia. La risposta è arrivata quasi subito: quell’esperienza poteva diventare significativa anche per il mio percorso come insegnante di sostegno.
Ero curiosa di osservare da vicino come la disabilità venisse affrontata in un contesto culturale diverso dal nostro e come si vivesse il tema dell’inclusione in una scuola africana.

Come famiglia ci siamo attivati per capire quali fossero i bisogni della scuola. In poco tempo abbiamo riempito le valigie con materiale utile per i bambini: strumenti educativi, materiale scolastico, giochi e oggetti di uso quotidiano come ciabatte. Piccoli gesti che speravamo potessero essere utili nella vita della scuola.

Così è iniziata l’avventura.

Atterrare in Kenya significa essere accolti da colori intensi, sorrisi aperti e da un’energia che si percepisce fin dai primi istanti. Ma questo non è stato un viaggio qualunque: non solo una vacanza, né un safari tra parchi sconfinati e animali in libertà. È stata soprattutto un’esperienza di lavoro, di incontro e di scoperta.

Una settimana — dal 9 al 13 febbraio 2026 — trascorsa nel distretto di Kilifi, a nord-est di Mombasa, che si è rivelata molto più di una semplice visita: un’occasione per osservare, imparare e riflettere su cosa significhi davvero inclusione.
L’obiettivo del viaggio era chiaro fin dall’inizio: visitare la scuola, conoscere gli insegnanti, condividere competenze, osservare da vicino metodologie didattiche e comprendere i bisogni reali di una comunità spesso invisibile.

La scuola rappresenta per 180 bambini e ragazzi sordi non solo un luogo di apprendimento, ma una vera e propria casa. Infatti ritornano dalle loro famiglie solo per circa un mese all’anno. E quando sono a casa, spesso non vedono l’ora di rientrare a scuola, dove si sentono compresi e possono comunicare liberamente.

Sul muro esterno della scuola è presente una bellissima frase che fa capire quale è la sua vera mission: FOCUS ON THE PERSON NOT ON THEIR DISABILITY.

Varcare il cancello dell’istituto è stato come entrare in un piccolo grande mondo fatto di gesti, sorrisi luminosi e una comunicazione che va oltre le parole. La lingua dei segni diventa qui il filo conduttore di ogni attività: dalle lezioni di matematica ai momenti di gioco nel cortile,
tutto si muove attraverso mani che parlano e occhi che ascoltano.

Le giornate iniziano presto, alle 8.30. Ogni lezione dura circa 30 minuti e durante la mattinata sono intervallate da due break, uno breve e uno lungo dove i bambini possono giocare negli ampi spazi esterni alla scuola o rimanere in classe. Nel pomeriggio il tempo è dedicato ai compiti o al ripasso. Solo i ragazzi dei gradi più alti partecipano a lezioni pomeridiane. L’attività di ed. fisica e i momenti di gioco post lezioni è supervisionata da Simon, un giovane adulto che ha vinto la medaglia d’argento alle Olimpiadi per sordi di Tokyo 2025 nella corsa.
Ogni classe è formata da ragazzi e ragazze di differenti età (in base all’arrivo alla scuola).
Tutti sono ipoacusici ma, purtroppo, a causa delle limitate risorse disponibili, non tutti possono utilizzare protesi acustiche. I bambini sono disposti a ferro di cavallo per permettere a tutti la giusta visuale sull’insegnante e sui compagni.

Tutte le lezioni si svolgono sia in lingua dei segni che oralmente per favorire l’integrazione dei segni con l’oralismo, obiettivo fondamentale! La lingua che si usa per leggere, scrivere e segnare è quella inglese.
In un contesto dove la voce non è lo strumento principale, si impara a osservare di più, a prestare attenzione ai dettagli, a dare grande valore al linguaggio non verbale. Colpisce anche il rigoroso rispetto delle regole: gli studenti si alzano ogni volta che devono rispondere all’insegnante e il ritardo è poco tollerato.

Lo Stato, sebbene riconosca l’importanza della scuola, dà un contributo pari a circa 6 centesimi a bambino al giorno.
La scuola dal 2008 ospita all’interno di una piccola struttura un polo audiologico creato e sostenuto dall’ associazione ASCOLTA E VIVI Onlus di Milano. La mission dell’associazione è quella di aiutare le persone con problemi di udito, in particolare bambini, nei paesi del Sud
del Mondo, sia con l’aiuto diretto sul campo, sia tramite la formazione di operatori sanitari e tecnici locali. Attraverso progetti specifici e missioni umanitarie sviluppate su più anni, lavorano in affiancamento a realtà ospedaliere e scolastiche.
Vengono fornite formazione professionale, attrezzature diagnostiche, strumentazioni e protesi acustiche, realizzando ambulatori, laboratori e cliniche mobili di supporto alla popolazione locale.

L’opera di formazione è rivolta sia al personale sanitario che agli insegnanti e permette di reintegrare nel loro tessuto sociale bambini altrimenti destinati a una forma di isolamento senza ritorno.

Durante la settimana di permanenza, mia sorella Anna ha insegnato a due dei maestri, Richard e Wilmina come eseguire esami audiometrici per valutare in modo più preciso la situazione uditiva degli studenti e individuare chi può beneficiare di una protesi acustica. Inoltre ha effettuato esami a bambini e adulti inviati dall’ospedale locale.

Nel corso degli anni, grazie alle donazioni raccolte, l’associazione ha contribuito a riattivare il pozzo dell’acqua, fornire letti a castello con materassi e zanzariere per tutti gli studenti e sistemare il parco giochi. Tra i progetti futuri c’è anche la costruzione di un pollaio, che permetterà ai ragazzi più grandi di prendersi cura delle galline e di vendere le uova.
Un’attività educativa ma anche un piccolo contributo economico per sostenere i costi della scuola.

Sono tornata a casa con le valigie più leggere e il cuore pieno.

In molte realtà africane la disabilità è ancora considerata qualcosa da nascondere. Eppure esistono luoghi come questo dove bambini e ragazzi possono vivere, crescere e imparare insieme.
Stando con loro mi sono chiesta cosa serva davvero a questi bambini. La risposta, in fondo, è semplice: uno sguardo accogliente, la competenza degli educatori, degli assistenti e degli insegnanti che sanno relazionarsi nel modo giusto.
Sono le stesse cose che cerco di fare ogni giorno nel mio lavoro. Eppure, a volte, ci si perde tra parole e burocrazie che rischiano di appesantire la bellezza di questa professione.
Qui ho capito che basta davvero poco per essere felici: una corsa fatta insieme, un mandala da colorare o semplicemente un estraneo che arriva da lontano e che, un po’ goffamente, prova a entrare in relazione salutando con un gesto.

Questo viaggio mi ha ricordato che l’inclusione non è un concetto astratto, ma un impegno concreto fatto di relazioni, collaborazione e presenza.
E che, a volte, il silenzio può insegnare molto più di mille parole.

Maria Chiara Gasbarre
Docente di sostegno
Scuola dell’Infanzia “Il Melograno”

 

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